La questione dell’esposizione politica dei magistrati non si può liquidare con un’alzata di spalle in nome dell’idea che rimangano intoccate l’indipendenza e l’autonomia da ogni potere nel momento in cui esercitano le funzioni giudiziarie, qualunque cosa facciano e dicano quando non indossano la toga. È naturale che i cittadini comuni rimangano perplessi, almeno, davanti alla militanza di pubblici ministeri e giudici e pensino che i loro atti siano condizionati dal rispettivo pensiero politico.
Tant’è che ormai il popolo dei social (molto più esteso di quello degli elettori) la prima cosa che fa davanti a un provvedimento non condiviso è andare a cercare a quale corteo, a quale manifestazione si è fatto vedere il suo autore, quali appelli ha firmato, a quali prese di posizione ha aderito, con chi si è fatto fotografare e via discorrendo. E a quel punto scatta il mantra che tutti hanno imparato, pur senza essere estimatori di lord Gordon Hewart o delle alte Corti europea e italiana, secondo il quale «il giudice deve non solo essere, ma anche apparire imparziale», altrimenti la fiducia dei cittadini nell’imparzialità viene meno.
Questo principio si è talmente radicato nella cultura popolare che siamo al punto del sospetto perenne: «Avrei voluto vedere cosa avrebbe fatto quel giudice se si fosse trattato di un estremista di destra anziché di un integralista pro-pal», si è letto sulle pagine social di questi giorni, per esempio. E quindi, vai a spiegare, per dire, che l’ordinanza della gip di Milano Tiziana Landoni, che non ha convalidato il fermo e non ha applicato la misura cautelare a Youssef Siher, è assolutamente corretta e solida sul piano giuridico: quello che conta è che questa giudice ha firmato un appello per Gaza e condivide apertamente le posizioni pro-pal (parrebbe).
Poi si scopre che anche la pm Francesca Crupi, che ha disposto il fermo e la custodia in carcere, ha firmato lo stesso appello e verosimilmente condivide le stesse posizioni: anziché porsi qualche domanda, il popolo supera l’incidente ricordandosi, evidentemente, di aver sentito qualche mese fa che il pm è una parte (imparziale, dicevano alcuni), ma sempre una parte. E quindi può essere di parte finché vuole perché quello che conta è che chi decide, il giudice, sia imparziale nella sostanza e nella forma. Come se i due ruoli di magistrati fossero separati, anziché testardamente uniti nell’esercizio della giurisdizione.
Fuor d’ironia, non si può dare tutti i torti ai cittadini comuni e, del resto, la deroga alla libertà di associazione politica espressa nella Costituzione per i magistrati, trasfusa in un divieto d’iscrizione ai partiti stabilito dal decreto legislativo 109/2006, è stata dettata proprio a garanzia dell’immagine di imparzialità, oltre che della sostanza.
Ora, lasciamo perdere il fatto che la magistratura, conscia della deroga costituzionale, si è formata i propri, di partiti: quelle correnti in seno all’Associazione Nazionale Magistrati, corrispondenti alle formazioni politiche della società civile, che si danno battaglia nella conquista del potere all’interno del Csm.
Questo attiene al fatto che da trent’anni e più a questa parte, da quando, con Mani Pulite, è stata affidata ai magistrati la missione di abbattere il panorama partitico dominante della Prima Repubblica, la magistratura fa politica attiva determinando i destini delle riforme e, in alcuni casi, anche dei governi. Ma fare politica sotto traccia, per quanto molto efficacemente, è cosa diversa dall’esposizione pubblica della militanza di parte.
Questo è un fenomeno relativamente nuovo che si è manifestato nella sua pienezza con la campagna referendaria sulla legge costituzionale che avrebbe riformato l’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici: l’Associazione Nazionale Magistrati ha messo in atto tutto il repertorio della propaganda politica, dalla discesa per le strade e in mezzo ai cittadini, come fossero stati loro pari e non quelli che potenzialmente avrebbero potuto giudicare delle loro vite, all’arruolamento di testimonial di grande presa mediatica, alla diffusione di manifesti, alla pubblicazione frenetica di post sui social, all’investimento ingente di risorse economiche per assicurarsi una delle migliori agenzie di comunicazione e alcune di sondaggi per monitorare l’orientamento degli elettori a scadenze più o meno settimanali e per distinti territori (lo si è saputo a cose fatte, naturalmente).
E dire che li avevamo avvertiti, noi avvocati dell’Unione delle Camere Penali Italiane, che stavano prendendo una china pericolosa, irreversibile: quella dell’esposizione politica di parte che gli organi del potere più forte dello Stato, quello giudiziario, che incide sulla vita delle persone, non possono permettersi perché agli occhi di chi giudicano o accusano e di chi assiste alle loro azioni devono apparire assolutamente imparziali e indifferenti alle vicende politiche. Apparire, più ancora che essere.
Non c’è stato niente da fare: la posta in gioco (il Csm) era troppo alta e la militanza attiva è arrivata al climax delle scene di giubilo, con brindisi, cori e salti con cui si scongiurava l’assimilazione a questa o a quella, rappresentate in un’aula del Palazzo di Giustizia di Napoli. E quindi, con il voto referendario, oltre a spazzare via una riforma necessaria per dare concretezza al sistema del processo accusatorio sancito dalla Costituzione, la maggioranza dei cittadini ha anche legittimato la militanza politica dei magistrati.
Di questo noi penalisti avevamo avvertito gli elettori: allora oggi verrebbe da chiedere alla maggioranza di loro di cosa e perché si dolgono quando verificano che un magistrato aderisce a una determinata posizione politica. Non si torna più indietro, adesso, salvo che i magistrati cerchino di applicarsi un po’ di self-restraint, come ha suggerito opportunamente uno di loro in un commento sulla piazza social.
La buona notizia, però, è che davvero il diritto e l’imparzialità spesso prevalgono sulle posizioni politiche quando il magistrato è nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali: è il caso della gip Landoni che, decidendo autonomamente rispetto alle prospettazioni della collega pm, come abbiamo invocato tutti noi che abbiamo sostenuto sul serio la separazione delle carriere, ha emesso un’ordinanza inappuntabile sull’unico piano che è di sua competenza, quello del diritto.
Come si fa a capirlo e a lasciarsi indietro la questione dell’esposizione politica dei magistrati? Smettendo di fare processi sulla pubblica piazza virtuale e tornando a confrontarsi con le ragioni del diritto, anziché con le convinzioni politiche di chi lo applica. Perché il diritto, in un sistema liberale, è sempre il più forte: checché ne pensi e dica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, tradendo tutti i predicati della separazione delle carriere (e dei poteri dello Stato) che ha declamato all’inizio dell’anno, di cui evidentemente non aveva assimilato i fondamenti.

