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Qualche settimana fa ha fatto molto discutere il video social in cui il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida spiegava al piccolo nipote quanto fa bene e quanti benefici ha il latte, ma soprattutto quanto sia importante il lavoro degli allevatori di questa filiera. I commenti sotto i contenuti hanno creato una bufera. Hanno denunciato che il video nascondeva il vero impatto ambientale degli allevamenti intensivi, le condizioni critiche degli animali che le inchieste trovano costantemente in questa filiera.
Molte persone poi hanno parlato di vera e propria propaganda. Difficile dare torto a questa tesi, perché il video del ministro costituiva uno spot per lanciare una campagna di comunicazione istituzionale del governo Meloni, dal titolo “Il latte ti fa grande”, che mostrerà una serie di spot a favore del latte e della filiera sulla Rai, la tv pubblica. Le criticità di questa iniziativa sicuramente non mancano, ma non c’è molto da stupirsi perché questa strategia è un classico dell’industria degli allevamenti che, in questo caso anche grazie alla politica, fa di tutto per radicarsi nelle abitudini di consumo delle persone e farsi pubblicità– lo abbiamo spiegato anche in questo articolo parlando di grandi eventi.
Proprio per questo è utile scoprire come questa industria sta lavorando per entrare direttamente nelle nostre scuole, così da influenzare i “consumatori di domani”.
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L’iniziativa “Latte nelle scuole”
Una delle cose che mi viene in mente pensando alle scuole elementari sono le merende con le mele. A me piacevano un sacco e da noi succedeva spesso che ce le portassero. È un’abitudine che ho appreso proprio lì e che porto avanti ancora adesso. In questo la scuola ha avuto un ruolo fondamentale.
Ecco perché mi ha stupito scoprire l’esistenza di un’iniziativa chiamata “Latte nelle scuole”, una campagna istituzionale di educazione alimentare destinata alle alunne e agli alunni delle scuole primarie il cui obiettivo è diffondere il consumo di latte e derivati. Il programma è finanziato dall’Unione Europea, quindi sostenuto direttamente dai nostri soldi, ed è gestito dal Masaf, alla cui guida c’è, appunto, il ministro Lollobrigida.
Se già nell’anno scolastico 2025/2026 il programma ha mobilitato oltre 6,2 milioni di euro, il copione si ripete identico anche con il nuovo anno scolastico. Come emerge dal Decreto direttoriale Masaf per l’anno scolastico 2026/2027, lo stanziamento a fondo perduto ammonta esattamente a 6.219.312,29 euro. Una pioggia di denaro pubblico suddivisa in dieci ambiti territoriali per raggiungere un massimo di oltre 420 mila bambine e bambini.
L’iniziativa prevede la distribuzione gratuita di latte alimentare fresco e derivati come yogurt e formaggi, distribuiti direttamente nelle classi per merenda e pause didattiche (questo copre quasi la totalità del budget, oltre 5 milioni). Soldi pubblici quindi che vanno a sostenere direttamente una filiera basata sugli allevamenti intensivi.
Inoltre le scuole beneficiarie devono consegnare materiale informativo e promozionale a tutti i partecipanti. In più, sono obbligate a coinvolgere almeno il 25% degli studenti in iniziative sul campo.
Spulciando il sito dell’iniziativa scopriamo che l’obiettivo è accompagnare i più piccoli alla scoperta dei latticini affinché ne conservino l’abitudine al consumo “per tutta la vita”. Ufficialmente la misura viene giustificata dalla necessità di contrastare il calo dei consumi e promuovere nutrienti come il calcio e le proteine nobili. Nella sostanza, però, si traduce in un’operazione di marketing istituzionale. E cosa succede quindi? Che il latte e i formaggi diventano un’abitudine in questi alunni e ciò crea una normalizzazione acritica dell’allevamento fin dai primi anni di scuola.
Anche perché l’attività di sensibilizzazione di fatto non porta alla luce le varie criticità ambientali e che riguardano gli animali sfruttati in questa filiera. Un’informazione di parte, fatta proprio da chi sta nel settore degli allevamenti.
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A lezione con i colossi della carne
Ma oltre al dato istituzionale, c’è anche una realtà più preoccupante, su cui ha fatto luce il team investigativo di Food For Profit, guidato dalla giornalista Giulia Innocenzi, che da anni raccoglie segnalazioni, documenti ufficiali e testimonianze dirette per documentare come l’industria degli allevamenti stia entrando in cattedra. In particolare, la preoccupazione riguarda le grandi aziende del settore.
Tra le diverse scoperte fatte da Food For Profit credo che ce ne siano due molto preoccupanti. La prima è nelle Marche, e c’entra il gruppo Fileni, uno dei principali colossi dell’avicoltura intensiva italiana. Giulia Innocenzi ci racconta che “è partito tutto da una segnalazione di una mamma di una studentessa del liceo Marconi di Pesaro. Ci ha contattati per spiegarci che l’azienda Fileni aveva promosso un incontro dedicato a sport e alimentazione proprio all’interno della scuola di sua figlia. Abbiamo subito iniziato a verificare la notizia e abbiamo trovato la circolare ufficiale della scuola, che confermava come l’evento fosse sponsorizzato e promosso direttamente dall’azienda marchigiana. I numeri sono rilevanti: durante il normale orario scolastico oltre 500 studenti e studentesse hanno partecipato a questo appuntamento. E non è finita qui, perché ai ragazzi sono stati persino distribuiti zainetti brandizzati con il logo dell’azienda”.
Dall’inchiesta è emerso che non si trattava di un episodio isolato, perché dall’analisi del profilo LinkedIn di Fileni emerge un vero e proprio “progetto-scuole”. Un’iniziativa replicata in almeno altri tre istituti della regione, proprio il territorio in cui il gruppo concentra la maggior parte dei propri stabilimenti e capannoni. “Ma è accettabile che una realtà il cui core business si basa sulla produzione intensiva di carne di pollo faccia educazione alimentare tra i banchi di scuola?” è la domanda che si fa Giulia Innocenzi. “Molti cittadini delle Marche, che già combattono ogni giorno contro l’impatto degli allevamenti intensivi sul territorio, sono indignati, e la questione è finalmente arrivata all’attenzione della politica. Dopo la nostra denuncia, infatti, la deputata Eleonora Evi ha depositato un’interrogazione parlamentare”.
C’è poi il caso di Salumi Levoni. A inizio 2026, all’Istituto Superiore Enrico Fermi di Mantova, quasi 300 studentesse e studenti hanno partecipato a un ciclo di incontri ufficialmente promosso dalla sede locale della Croce Rossa Italiana per parlare di prevenzione e salute a tavola. Nei fatti, però, le lezioni su etichette e valori nutrizionali sono state delegate ai tecnici di Assaggezza, l’accademia formativa del gruppo Levoni. “Gli esperti dell’azienda sono saliti in cattedra per parlare ai ragazzi di etichette, valori nutrizionali e corrette abitudini a tavola – spiega ancora la giornalista – Quando abbiamo contattato i referenti scolastici, ci hanno confessato che fin dall’inizio nutrivano forti perplessità; tuttavia, essendosi presentata la Croce Rossa, si erano fidati dell’autorevolezza dell’ente, raccomandandosi che non venisse fatta alcuna promozione commerciale del brand. Ma basta scorrere i social network per trovare le foto degli incontri, dove i loghi e i materiali aziendali compaiono in bella vista. Quando abbiamo interpellato la presidente della Croce Rossa di Mantova per fare chiarezza su eventuali sponsorizzazioni o intese commerciali, la sua risposta è stata un netto rifiuto a rilasciare commenti”.
Secondo Giulia Innocenzi ,“la gravità di questa operazione è prima di tutto in termini di salute. Stiamo parlando di un colosso dei salumi e delle carni trasformate che entra in un istituto superiore per spiegare cosa significhi “mangiare sano”, quando la stessa IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS) classifica le carni lavorate e gli insaccati nel Gruppo 1 dei cancerogeni certi per gli umani”.
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Non solo in Italia: alcuni esempi dal mondo
Quello che accade in Italia, in ogni caso, non è certamente un unicuum. Le ingerenze dell’industria degli allevamenti nelle scuole accadono anche in altri Paesi.
Secondo Sentient Media, negli Stati Uniti le lobby della carne di manzo hanno sfruttato i fondi pubblici del programma federale Beef Checkoff per plasmare i programmi didattici destinati a oltre 1,6 milioni di docenti, dalle scuole elementari fino ai licei. Nelle schede di scienze sul metano, l’unica soluzione presentata agli studenti è l‘innovazione tecnologica o genetica negli allevamenti, escludendo deliberatamente l’unica misura indicata dalla comunità scientifica e cioè ridurre gli animali negli allevamenti. Secondo Jennifer Jacquet, docente di Scienze e politiche ambientali all’Università di Miami, “l’idea di una riduzione della carne, specialmente bovina, è totalmente esclusa dal loro punto di vista. Stanno a tutti gli effetti plasmando il discorso pubblico su ciò che i bambini possono fare per affrontare i problemi ecologici”.
Una dinamica simile c’è in Irlanda, dove l’assenza di filtri ministeriali sulle offerte formative esterne ha spalancato le porte a enti finanziati dall’agrobusiness come Agri Aware. L’organizzazione ha distribuito gratuitamente a più di 3mila scuole primarie materiali didattici e filastrocche che dipingevano l’allevamento irlandese come green. Nei testi si arriva a omettere il problema del metano degli allevamenti e a sostenere che l’ossigeno degli alberi compensi le emissioni dei bovini, smentendo la realtà di un Paese con emissioni pro capite tra le più alte d’Europa.
Pádraic Fogarty, dell’Irish Wildlife Trust, ha affermato che “questi materiali fanno parte di una campagna di greenwashing finanziata dall’industria per mascherare i gravi problemi ecologici dell’agricoltura in Irlanda. Far credere con l’inganno che il nostro modello agricolo sia rispettoso dell’ambiente serve a coprire la perdita catastrofica di biodiversità, l’inquinamento delle acque e i gas climalteranti”.
Ma non solo, perché il National Dairy Council irlandese fa entrare nelle classi opuscoli che invitano direttamente le bambine e i bambini a inventare nuovi modi per consumare formaggi e latte ogni giorno. Quando invece, nell’ottica dell’economia circolare, dovremmo invitare le nuove generazioni a costruire insieme alternative più sane e sostenibili.
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