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Tra pochi giorni, ad Antalya, in Turchia, si aprirà la Cop31. Come ogni anno, delegazioni governative, rappresentanti delle istituzioni internazionali, imprese e organizzazioni della società civile si riuniranno per discutere di crisi climatica che, nel frattempo, continua ad aggravarsi. Non mancheranno dichiarazioni solenni, legate soprattutto alla parola d’ordine scelta dalla presidenza turca “implementazione”.
Un richiamo all’agire, quindi, a prendere impegni per la decarbonizzazione. Anche quest’anno ci saranno grandi imprese protagoniste dell’evento che continuano, però, a trarre profitti dall’economia fossile.
A riportare l’attenzione su questa contraddizione è un’inchiesta pubblicata il 21 ottobre da Climate Home News, che ricostruisce il ruolo di Koç Holding, il più grande gruppo industriale turco, tra gli sponsor della COP31. L’azienda ha recentemente ridimensionato i propri obiettivi climatici, mentre la sua controllata Tüpraş, principale raffineria petrolifera della Turchia, continua a operare a pieno regime.
La contraddizione non riguarda soltanto uno sponsor poco coerente con gli obiettivi climatici. Riguarda un processo negoziale che, dopo oltre trent’anni, non è ancora riuscito a mettere concretamente in discussione la centralità dei combustibili fossili nell’economia globale.
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La transizione secondo Koç Holding: meno obiettivi, più petrolio
Koç Holding è uno dei maggiori conglomerati industriali della Turchia, con attività nei settori energetico, automobilistico, bancario e manifatturiero. La sua divisione energetica, dominata dalla raffineria Tüpraş, ha generato circa tre quarti dei ricavi del gruppo nella prima metà del 2026. Eppure, proprio questo gruppo è stato scelto come Global Business Partner della COP31, ottenendo un ruolo di primo piano nell’evento internazionale dedicato alla lotta contro il cambiamento climatico.
Come documenta Climate Home News, nel 2025 Koç Holding e Tüpraş hanno rivisto al ribasso i propri obiettivi di riduzione delle emissioni operative al 2030, passando dal 27% al 20% rispetto ai livelli del 2017. Tüpraş ha inoltre ridimensionato l’obiettivo per il 2035, dal 35% al 25%. Non si tratta di un aggiustamento irrilevante. Entrambe le società avevano già quasi raggiunto i nuovi traguardi al momento della revisione, rendendo sostanzialmente meno ambizioso il percorso di decarbonizzazione.
Nel frattempo, Tüpraş prevede di aumentare i volumi lavorati nelle proprie raffinerie da 26,8 milioni di tonnellate nel 2025 a 29 milioni nel 2026, sfruttando al massimo la capacità produttiva degli impianti esistenti.
C’è poi un elemento ancora più significativo: gli obiettivi climatici del gruppo non includono le emissioni indirette legate all’utilizzo dei prodotti venduti, le cosiddette Scope 3, che rappresentano circa il 97% della sua impronta climatica complessiva. In sostanza, si possono ridurre le emissioni necessarie a raffinare un barile di petrolio senza diminuire quelle prodotte quando quel petrolio viene bruciato. Un miglioramento dell’efficienza industriale può così essere presentato come avanzamento climatico, mentre il modello produttivo rimane sostanzialmente invariato.
Koç Holding rivendica investimenti nelle rinnovabili, nell’idrogeno verde e nei carburanti alternativi. Nel 2025 Tüpraş ha destinato circa 137 milioni di dollari a investimenti classificabili come verdi secondo i criteri europei, distribuendo contemporaneamente agli azionisti circa 740 milioni di dollari in dividendi.
Il problema non è l’assenza di qualunque investimento nella transizione, quanto la distanza tra la narrazione della trasformazione e la persistenza di un modello industriale la cui redditività continua a dipendere dal petrolio.
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Non è un incidente di percorso. È il funzionamento delle COP
L’accordo tra il governo turco e la Convenzione ONU sul clima prevede che gli sponsor siano valutati anche sulla base della loro climate integrity, vale a dire la credibilità dei loro impegni climatici. Ma quali sono i criteri utilizzati? Chi li verifica? E quali conseguenze comporta il mancato rispetto degli impegni?
Secondo Climate Home News, la presidenza turca non ha pubblicato né i criteri di selezione né i termini economici degli accordi. Alle richieste di chiarimento non sono arrivate risposte sostanziali. Sul sito ufficiale della COP31, intanto, Koç Holding compare tra i partner principali, insieme a importanti gruppi bancari e industriali. La COP in Turchia è, quindi, anche una vetrina per governi e aziende che promuovono la propria immagine climatica senza questa corrisponda necessariamente a una concreta trasformazione delle attività produttive. Le imprese non sono semplicemente soggetti esterni chiamati a contribuire alla transizione. Sono attori che intervengono nel dibattito pubblico, costruiscono relazioni con i decisori politici e contribuiscono a definire quali soluzioni vengono considerate realistiche, praticabili e finanziabili.
In questo modo la transizione rischia di essere ridotta a un problema di innovazione tecnologica, compensazioni e investimenti, lasciando sullo sfondo questioni ben più conflittuali: chi deve ridurre la produzione fossile, chi deve sostenere i costi della trasformazione e chi deve rinunciare ai profitti garantiti dall’attuale sistema energetico.
La presenza di Koç Holding non è dunque soltanto un problema reputazionale per la COP31. È il sintomo di una contraddizione più profonda: la pretesa di governare la fuoriuscita dall’economia fossile attribuendo un ruolo privilegiato proprio ad alcuni dei soggetti economici che da quell’economia continuano a dipendere.
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Trent’anni di COP, e le emissioni continuano a crescere
La questione è ancora più evidente se si osservano i risultati del processo negoziale internazionale. La prima COP si è tenuta a Berlino nel 1995. Da allora, le conferenze hanno prodotto accordi importanti, dal Protocollo di Kyoto all’Accordo di Parigi, contribuendo a costruire un quadro internazionale di cooperazione, responsabilità e monitoraggio delle politiche climatiche. Ma a oltre trent’anni dall’avvio del processo, il bilancio sulla riduzione effettiva delle emissioni rimane profondamente insoddisfacente.
Secondo l’Emissions Gap Report 2025 dell’UNEP, le politiche attualmente adottate dai governi ci conducono verso un riscaldamento globale di circa 2,8°C entro la fine del secolo. Anche nell’ipotesi di piena attuazione degli impegni climatici nazionali, l’aumento previsto rimane compreso tra 2,3 e 2,5°C. Questi numeri sono incompatibili con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C e indicativi di una distanza enorme tra gli annunci diplomatici e le trasformazioni necessarie.
La difficoltà non può essere attribuita soltanto alla scarsa volontà dei singoli governi. Riguarda l’architettura stessa della governance climatica internazionale.
L’Accordo di Parigi obbliga giuridicamente gli Stati a presentare e aggiornare i propri contributi nazionali, ma non rende direttamente vincolante il raggiungimento dei singoli obiettivi di riduzione delle emissioni. Il sistema si basa sulla determinazione volontaria degli impegni, sulla trasparenza e sulla loro progressiva revisione al rialzo.
Inoltre, il processo decisionale delle COP opera generalmente attraverso il consenso, attribuendo di fatto ai governi più resistenti alla decarbonizzazione una significativa capacità di ostacolare decisioni ambiziose.
Il risultato è un sistema nel quale la ricerca dell’accordo tra interessi economici e geopolitici profondamente divergenti finisce spesso per prevalere sulla necessità di adottare misure proporzionate all’emergenza.
Non a caso, è stato necessario arrivare alla COP28 di Dubai, nel 2023, perché un documento conclusivo riconoscesse esplicitamente la necessità di una transizione fuori dai combustibili fossili. E anche allora, la formulazione adottata era priva di scadenze vincolanti e di un percorso operativo condiviso.
I produttori fossili organizzano i negoziati sul clima
Il caso turco si inserisce in una sequenza che rende difficile continuare a parlare di episodi isolati. Nel 2023 la COP28 si è svolta negli Emirati Arabi Uniti, sotto la presidenza di Sultan Al Jaber, contemporaneamente amministratore delegato della compagnia petrolifera statale ADNOC. Nel 2024 è stata la volta dell’Azerbaigian, altro grande produttore di petrolio e gas.
Un’inchiesta dell’OCCRP ha documentato i legami tra alcuni sponsor ufficiali della COP29 e la famiglia del presidente Ilham Aliyev o il suo entourage. Tra i partner figurava anche SOCAR Green, controllata della compagnia petrolifera statale.
Sempre a Baku, secondo le rilevazioni della coalizione Kick Big Polluters Out riportate dal Guardian, almeno 1.773 rappresentanti degli interessi legati a carbone, petrolio e gas avevano ottenuto accesso ai negoziati.
L’industria fossile continua a disporre di importanti canali di accesso e influenza proprio nei luoghi deputati a decidere come ridimensionarne il ruolo. La domanda, quindi, non può limitarsi a come rendere le COP più trasparenti o a come selezionare sponsor meno compromessi con l’industria fossile. Occorre interrogarsi sulla loro effettiva capacità di produrre trasformazioni in un sistema economico che continua a subordinare la tutela del clima alle esigenze di crescita, competitività e accumulazione.
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