VENUS ALFA è un viaggio nel sottosopra della cultura visiva tra storie kinky, glitch culturali e cattive ragazze che sfidano gli stereotipi, hackerano il gender gap e amplificano il female empowerment.

In La morte ti fa bella (1992), Robert Zemeckis raccontava l’ossessione per la giovinezza eterna e l’estetizzazione del corpo femminile attraverso una commedia nera diventata cult. L’elisir dell’immortalità, agognato dalle protagoniste Madeline Ashton (Meryl Streep) e Helen Sharp (Goldie Hawn) e custodito dalla misteriosa Lisle Von Rhoman (Isabella Rossellini), finiva per ridurle a veri e propri manichini viventi, condannati a una manutenzione grottesca e disperata, mentre i loro corpi cadevano letteralmente a pezzi. Nel mondo dell’arte contemporanea, invece, il legame tra corpo, tempo che passa e mortalità abbandona i toni della finzione per tradursi in una ricerca espressiva lucida e spietata.
Se nel film la morte si manifesta come il paradossale prezzo da pagare per il tentativo di sfuggirle, nella storia dell’arte il rapporto con la mortalità si è spesso intrecciato alla figura dell’artista, al suo vissuto e alla sua stessa scomparsa. Per lungo tempo l’archetipo dell’artista tormentato, segnato da una vita complessa o da una fine prematura, è stato associato soprattutto a figure maschili, da Caravaggio a Van Gogh, fino a Jean-Michel Basquiat. Quando il trauma, la fragilità o la morte hanno riguardato le donne, lo sguardo esterno ha spesso tentato di ricondurre tutto a una dimensione più romantica o a un fatto di cronaca. Diverse artiste e studiose contemporanee hanno tuttavia proposto una prospettiva diversa, trasformando la vulnerabilità, la memoria e il corpo che si consuma fino a scomparire nella materia prima del proprio lavoro.
Un esempio emblematico è quello di Francesca Woodman, morta suicida a New York nel 1981 a soli ventidue anni. Spesso raccontata attraverso l’etichetta dell’artista maledetta, la sua fotografia rivela in realtà una ricerca delicata e rigorosa sul corpo. Nei suoi scatti in bianco e nero, la figura umana è sfocata, si confonde con le carte da parati che si scrostano o si fonde con gli intonaci di case abbandonate, esplorando con sensibilità il confine tra presenza e assenza.

Se con lei il percorso è poetico e intimo, la storia della critica d’arte Francesca Alinovi mostra un’altra sfaccettatura del rapporto tra vita, morte e racconto. Docente al DAMS e curatrice di grande intuito, Alinovi fu tra le prime a cogliere la potenza della Street Art newyorkese, portando in Italia autori come Keith Haring e Basquiat. Profondamente immersa nella scena punk e dark degli anni ’80, viveva l’avanguardia con un’energia e uno stile unici. Ma quando nel 1983 fu brutalmente assassinata nel suo appartamento di Bologna, l’attenzione morbosa dei media trasformò la sua fine in un caso di cronaca nera, feticizzandone l’immagine e mettendo a lungo in ombra la straordinaria portata del suo contributo intellettuale.

E come non citare la celebre “bad girl” Tracey Emin, da sempre abituata a mettere a nudo le proprie ferite, come nell’iconico My Bed. Oggi Emin sta vivendo una stagione di straordinario successo mondiale e consacrazione istituzionale. Dopo aver rischiato di morire nel 2020 a causa di un tumore aggressivo ed essere sopravvissuta a un devastante intervento salvavita, il sistema dell’arte e i media sembrano quasi volerla elevare a una sorta di martire contemporanea o figura salvifica. Emin, tuttavia, utilizza questo immenso palcoscenico per mostrare senza filtri i segni della malattia e i radicali cambiamenti del corpo, trasformando la consacrazione mediatica in una presenza potente, carne viva e priva di qualsiasi edulcorazione.

Dalla battaglia contro la Mietitrice al contatto diretto con lei, questa è l’inversione che fa invece l’artista messicana Teresa Margolles, portando l’esperienza vis-à-vis in galleria in modo crudo e sconvolgente. Avendo lavorato a lungo negli obitori di Città del Messico, Margolles, celebrata quest’autunno da una monumentale doppia mostra al MoMA e al MoMA PS1 di New York, utilizza nelle sue installazioni materiali reali legati al decesso e alla violenza, dall’acqua usata per lavare i cadaveri alla nebbia vaporizzata derivata da tessuti organici, trasformando la fine fisica in una traccia tangibile, poetica e al contempo spietata.

La morte ti fa bella, si sa, ma prima «Devi prenderti cura di te stessa. Ricordati: quando sei morta, sei morta!» (Helen Sharp, La morte ti fa bella, 1992).
