Alla vigilia delle elezioni, dopo che circa 70.000 residenti all’estero avevano preso l’aereo per tornare a votare, in Israele si sperava in un piccolo miracolo. Martedì l’affluenza ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e i primi exit poll sembravano indicare un vantaggio dello schieramento guidato dall’ex Capo di stato maggiore Gadi Eisenkot. Anche chi non nutriva grandi aspettative nei confronti di un’opposizione dalle idee sioniste liberali, in fondo si augurava un cambiamento, ma il risveglio è stato amaro.
Concluso lo spoglio delle buste doppie, la Commissione elettorale centrale ha pubblicato i risultati definitivi: il blocco di Netanyahu si attesta a 53 seggi, quello di Eisenkot a 48, mentre i due partiti arabi raggiungono insieme il record storico di 19 seggi. Il Likud resta il primo partito con 27 seggi, seguito da Yashar con 21. Nessuno dei due schieramenti dispone dei 61 seggi necessari per governare.
Il primo ministro esce dal voto ridimensionato, con quindici seggi in meno rispetto ai 68 della coalizione uscente, eppure ancora in piedi, a dispetto dei sondaggi che per mesi ne avevano annunciato il tramonto. Da anni ogni settimana migliaia di israeliani scendono in piazza, accanto alle famiglie dei rapiti e dei caduti, per chiedere una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, ma tra i suoi sostenitori nelle città del sud e della periferia quel giorno è quasi sparito dal discorso pubblico, offuscato dall’illusione rassicurante del padre condottiero che terrebbe a bada Hamas e la minaccia nucleare di Teheran. Nemmeno il processo per corruzione a suo carico ha scalfito questa narrazione che incatena gli israeliani in uno stato di guerra ed incertezza permanente, rimandando all’infinito il confronto con le questioni scomode e l’attribuzione di responsabilità. Il caro vita, i trasporti che non funzionano, una sanità in crisi: per questa fetta di elettorato, tutto è passato in secondo piano davanti alla retorica del nemico alle porte.
Anche dentro il blocco di governo gli equilibri sono lievemente mutati. Lo Shas, voce storica dei charedìm sefarditi, precipita a 6 seggi, il minimo da trent’anni, e perde terreno soprattutto nelle periferie, a Netivot, Sderot e Ofakim, dove i suoi elettori tradizionali hanno scelto Otzma Yehudit di Ben Gvir, salita a 7 seggi. È il segno che una parte dell’elettorato popolare non cerca più protezione nel partito religioso, ma nel nazionalismo più estremo. Non hanno invece convinto le due liste che si offrivano come destra alternativa al Likud, Amcha Yisrael dell’ex generale Ofer Winter e i Riservisti di Yoaz Hendel, rimaste entrambe sotto la soglia di sbarramento.
La vera novità di questa tornata arriva però dai cittadini palestinesi di Israele, circa un quinto della popolazione, che per anni avevano disertato le urne. Paradossalmente, a riportarli al voto sono stati proprio coloro che li volevano ai margini: le provocazioni del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, l’esclusione dalla corsa del leader di Balad, Sami Abu Shehadeh, e una criminalità che da anni insanguina le città arabe nell’indifferenza del governo. Il risultato è storico: 11 seggi alla Lista Comune, che unisce Hadash, Ta’al e Balad, e 8 a Ra’am, il partito islamico conservatore guidato da Mansour Abbas.
Eppure è proprio questo voto, potenzialmente decisivo, che gran parte della politica israeliana preferirebbe non vedere. Netanyahu si è affrettato a rivendicare la maggioranza «tra il pubblico sionista», mentre il Likud ha parlato di elezioni «rubate» con voti comprati e denaro straniero, arrivando a chiedere la ripetizione del voto in alcuni seggi arabi. Gli arresti di alcuni attivisti beduini, sospettati di compravendita di voti per Ra’am, e un’indagine dello Shin Bet su presunti finanziamenti esteri hanno offerto un appiglio a questa campagna, ma lo stesso servizio di sicurezza ha messo in chiaro che nulla autorizza ad accusare un intero settore che ha votato in modo democratico e legittimo. Ra’am dal canto suo nega ogni coinvolgimento e denuncia arresti politici, ma sui principali canali televisivi i commentatori spiazzati continuano a parlare di «elemento arabo» come di un corpo estraneo, al limite del dispregiativo, senza mai pronunciare la parola “palestinese” che sembra essere ancora un tabù.
Sulla carta, i 67 deputati contrari a Netanyahu, arabi compresi, potrebbero raccomandare Eisenkot al presidente Isaac Herzog e dargli la fiducia. Ma Eisenkot aveva escluso un’alleanza con Ra’am, Naftali Bennett aveva rifiutato di appoggiarsi a partiti «non sionisti» e Avigdor Lieberman respinge sia una coalizione con gli arabi sia un governo di minoranza.
L’unico del cosiddetto “Blocco del Cambiamento” a muoversi apertamente, dimostrando risolutezza e buon senso, è Yair Golan. «Ora serve coraggio, serve leadership», ha affermato il leader dei Democratici che giovedì ha incontrato in sequenza Yair Lapid, Eisenkot e infine Mansour Abbas, con il quale si è impegnato ad agire «rapidamente e con decisione» per un «governo di salvataggio e riparazione». Anche gli ultraortodossi si dividono: dagli ambienti di Aryeh Deri, che fino a ieri sembrava preferire l’opposizione in attesa di una soluzione sulla leva, trapela ora un no secco a un governo Eisenkot senza il Likud («Gli accordi di Oslo gli sono bastati»), mentre gli ashkenaziti di Yahadut HaTorah, con i loro 7 seggi, si propongono come interlocutore in cambio di un compromesso sull’arruolamento. Dall’entourage di Netanyahu filtra invece l’idea di un governo di unità con Eisenkot, a cui verrebbe offerta una rotazione o un ministero di rilievo. Il presidente Herzog, che sembra favorire questa strada, vuole evitare a ogni costo nuove elezioni, che sarebbero probabilmente il regalo più grande per Netanyahu.
Mentre i leader esitano, una parte del paese sembra tuttavia aver già già scelto. Secondo un sondaggio dell’Università Ebraica, infatti, il 61% degli elettori dei quattro partiti dell’opposizione preferirebbe un governo Eisenkot con Ra’am, mentre appena il 12% appoggerebbe una rotazione con Netanyahu. Così giovedì sera, davanti alla casa di Eisenkot a Herzliya, i manifestanti scandivano «Non c’è cambiamento senza partnership», e presidi simili si sono tenuti a Gerusalemme e Haifa. Inoltre sabato sera alle 19.30 è attesa una grande manifestazione in piazza Habima a Tel Aviv. Il morale dunque è basso, ma la mobilitazione non si ferma.
In questa prospettiva, i palestinesi del ’48, ovvero quelli che detengono la cittadinanza, assumono un ruolo quasi salvifico e potrebbero essere proprio loro a preservare la fragile democrazia israeliana. Già nel 2019, in una celebre intervista al giornalista Nahum Barnea, l’allora leader della Lista Comune Ayman Odeh aveva rotto un tabù, dichiarandosi pronto a sostenere dall’esterno un governo di centrosinistra in cambio di impegni precisi come negoziati per porre fine all’occupazione, l’abrogazione della legge sullo Stato-nazione e misure contro la criminalità.
Il ricercatore Ameer Fakhoury ha definito questa svolta «Odeh-nismo», il momento fondativo in cui i cittadini palestinesi di Israele chiedono di entrare a far parte della comunità politica israeliana e cominciano attivamente a farlo. A differenza di Mansour Abbas, che ha scelto di entrare nel sistema come gruppo di interesse, sul modello dello Shas, Odeh mirava ad allargare la definizione stessa della cittadinanza israeliana. Tuttavia la posizione dei palestinesi del ’48 resta ambigua a livello costitutivo.
Lo stesso Fakhoury osserva che, forse per la prima volta, il voto palestinese non esprime fiducia nelle istituzioni, ma il tentativo di aggrapparsi a chi possa offrire una qualche protezione: «Votiamo per prevenire lo sfollamento e per proteggere le condizioni più elementari della nostra esistenza». E la storia insegna che i partiti arabi sostengono da decenni il centrosinistra in nome del male minore, ottenendo in cambio ben poco. Il rischio è che vengano usati per comporre un governo e poi inghiottiti da un esecutivo non meno sionista del precedente, diventandone in qualche modo complici, mentre la situazione cambierebbe di poco, specie in Cisgiordania, dove a Hebron la punizione collettiva continua. Ancora più pessimista Nathan Thrall, premio Pulitzer, che già alla vigilia del voto avvertiva su Repubblica: «Anche con l’opposizione al governo continuerà una lenta pulizia etnica».
Israele ama presentarsi come l’unica democrazia del Medio Oriente, ma che democrazia è quella in cui i palestinesi sono letteralmente scomparsi dal dibattito, Gaza non è stata quasi mai nominata e lo stesso Eisenkot ha costruito la propria candidatura promettendo che con lui non sarebbe nato alcuno Stato palestinese?
Non a caso, in un contributo per il quotidiano Haaretz, l’ex leader del Meretz Zehava Galon avverte che il pericolo non è mai stato soltanto Netanyahu, ma l’ideologia kahanista e suprematista che ne ha reso possibile il potere e che non scomparirà con lui. Per questo, sostiene Galon appellandosi al “blocco del cambiamento”, sostituire il premier non basta: se si vuole davvero voltare pagina è necessario smontare quell’ideologia, e il primo passo è quello di riconoscere i cittadini arabi come partner politici a pieno titolo, non come una minaccia da cui difendersi o un serbatoio di voti da usare e poi dimenticare.
Senza una vera partnership tra ebrei e arabi, il cambiamento resterà un’illusione. Se l’opposizione non troverà il coraggio di contare tutti i voti, compresi quelli dei cittadini palestinesi, sarà un fallimento enorme non solo politico, ma morale: la conferma che, anche quando la maggioranza dei cittadini ha votato contro il governo, l’attaccamento all’elemento ebraico e sionista continua a pesare più della democrazia stessa.
Intanto, mentre i partiti si accapigliano, le decisioni che contano per Israele rischiano di essere prese altrove. Washington tratta con Teheran attraverso i mediatori del Qatar, e Trump, che ha promesso di non colpire l’Iran prima delle elezioni americane di metà mandato, oscilla tra un accordo e la ripresa della guerra. Era già successo a giugno, quando l’intesa con Teheran fu firmata senza che il governo israeliano ne avesse visto il testo. E c’è chi ipotizza che sarà lo stesso Trump a convocare Netanyahu ed Eisenkot a Mar-a-Lago per imporre un governo di unità.
Immagine in anteprima via universitytimes.ie
